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Dai giornali di oggi:
I maschi milanesi sono i più depressi d'Italia. Pare che a Milano «ci sono condizioni ambientali che rendono la vita più dura. Spesso si pretende dai maschi di essere dei professionisti Superman, brillanti e capaci. Ma oltre alla carriera si richiedono performance d´alto livello anche sul fronte familiare. Non tutti reggono la sfida».
Commentando la notizia con un collega, mi ha detto che è colpa di noi donne.
Anche questo? Accidenti.
Vogliamo che l'uomo sia un buon padre, un buon marito, presente a tutti i momenti importanti della vita famigliare. Nel contempo, anche se non lo esigiamo apertamente, vorremmo anche che guadagnasse (cito) "una palata di soldi". Per fare soldi, pare, bisogna lavorare duro, per grandi multinazionali che ti spremono come un limone. Alla fine i signori uomini non ce la fanno e crollano sotto il peso delle aspettative.
Io lavoro al 150%. Ogni giorno mi faccio code chilometriche casa-lavoro.
Guadagno più di mio marito (che non è disoccupato, preciso).
Quando arrivo a casa, faccio il bucato e cucino.
Faccio parte di diverse associazioni che mi impegnano alcune sere alla settimana.
Se avessi figli, non parliamone neanche.
= non mi sembra che si pretenda meno da me, eppure non mi deprimo.
Non dico queste cose per infierire sui maschietti.
Credo che se il disagio dell'uomo sia oggi dilagante, è perché con il femminismo abbiamo cercato di trovare un ruolo alla donna. Ma ora bisogna pensare un po' al ruolo dell'uomo.
Un esempio?
Se una donna sta a casa a occuparsi dei bambini, è una buona madre.
Se la donna lavora e l'uomo sta a casa a occuparsi dei bambini, è un fannullone.
Questa cosa deve cambiare.
Ne vale della nostra (femminile) libertà.



