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Teresa
Sono nata il 29 febbraio. Sfigata dalla nascita. Cresciuta altrove e vissuta in nessun luogo, anche se geograficamente mi troverete in Svizzera. Ho studiato. Tanto. E forse per questo ho un lavoro stressante. Troppo. Mio marito è la mia casa. Questo blog, il mio giardino.
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venerdì 11 aprile 2008

Maschi depressi



Dai giornali di oggi:
I maschi milanesi sono i più depressi d'Italia. Pare che a Milano «ci sono condizioni ambientali che rendono la vita più dura. Spesso si pretende dai maschi di essere dei professionisti Superman, brillanti e capaci. Ma oltre alla carriera si richiedono performance d´alto livello anche sul fronte familiare. Non tutti reggono la sfida».

Commentando la notizia con un collega, mi ha detto che è colpa di noi donne.
Anche questo? Accidenti.

Vogliamo che l'uomo sia un buon padre, un buon marito, presente a tutti i momenti importanti della vita famigliare. Nel contempo, anche se non lo esigiamo apertamente, vorremmo anche che guadagnasse (cito) "una palata di soldi". Per fare soldi, pare, bisogna lavorare duro, per grandi multinazionali che ti spremono come un limone. Alla fine i signori uomini non ce la fanno e crollano sotto il peso delle aspettative.

Io lavoro al 150%. Ogni giorno mi faccio code chilometriche casa-lavoro.
Guadagno più di mio marito (che non è disoccupato, preciso).
Quando arrivo a casa, faccio il bucato e cucino.
Faccio parte di diverse associazioni che mi impegnano alcune sere alla settimana.
Se avessi figli, non parliamone neanche.

= non mi sembra che si pretenda meno da me, eppure non mi deprimo.

Non dico queste cose per infierire sui maschietti.
Credo che se il disagio dell'uomo sia oggi dilagante, è perché con il femminismo abbiamo cercato di trovare un ruolo alla donna. Ma ora bisogna pensare un po' al ruolo dell'uomo.

Un esempio?
Se una donna sta a casa a occuparsi dei bambini, è una buona madre.
Se la donna lavora e l'uomo sta a casa a occuparsi dei bambini, è un fannullone.

Questa cosa deve cambiare.
Ne vale della nostra (femminile) libertà.

venerdì 4 aprile 2008

In margine alle elezioni in Italia

Mi hanno mandato questo video della mitica Paola Cortellesi.
Non lo conoscevo ma sto ancora ridendo adesso...

Enjoy!
Tere


mercoledì 2 aprile 2008

Natura morta, natura mista

Non sono sicura che mi piaccia, questa cosa.
Una donna che diventa un uomo e che poi fa un figlio.












Da una parte, mi dico: finalmente.
Dall'altra: e poi?

Per chi ha perso l'inizio: Thomas Beatie era un transessuale donna, è diventata un uomo (senza operare i genitali, però) e si è sposato con Kate. Matrimonio durato 10 anni. E ora coronato da un bebè. Paradossalmente, padre ignoto.

Ognuno di noi ha i suoi limiti.
Io ne ho pochi - e comunque sempre molto ampi.
Ma questo mi blocca. Non so come reagire.
Non so se complimentarmi o incazzarmi, con questo Thomas Beatie.

Vabbeh, speriamo almeno che la pubblicità pagherà il college del bambino.

domenica 23 marzo 2008

Mi mangio un bel manzo, pure io



È la fine di un week-end di febbre e di sogni.
Non sono riuscita a uscire: era come se i pensieri
colassero fuori, una specie di emorragia dell'attesa.

Ho cominciato a leggere "Je mange un boeuf" di Julien Burri.
In traduzione: "Mi mangio un bue". O un bel manzo, se preferite.
Un libretto che appena lo incominci l'hai già finito.

Esperienza strana.

Il lettore è sempre un po' scrittore, allo stesso titolo che l'autore.
Ma ritrovarsi nelle pagine di un racconto, è commovente.
Mi sono persa tra le linee di questo libretto. E ho perso per qualche giorno il senso delle cose importanti. Cioè: delle cose non necessariamente importanti, ma per lo meno reali.

Forse perché la bestia che divora la mente
si nutre degli smottamenti dell'anima.
Questa certezza mi accompagna sin dall'adolescenza.
A ogni forte emozione, si perde qualcosa di se stessi.

Non ce ne accorgiamo.
Siamo troppo occupate a cercare di ricordarci di tutte quelle persone che vorremmo dimenticare, per realizzare che un pezzo di noi parte con loro.

domenica 9 marzo 2008

Il cielo sopra Berlino

Sono tornata dalla Berlino-che-piace-a-tutti alcune ore fa.
Una città orrenda. Vasta, piatta e dispersa.

Tutti mi dicono che è così perché ancora in costruzione.
Ma è una scusa che sento da vent’anni.

Alexander Platz sembra un angolo della periferia di Milano.
Il Bahnhofzoo è triste come la minestra di miglio. Anzi: più triste ancora, con quelle sue iene in gabbia che camminano avanti e indietro, istericamente.
Il check-point Charly è stretto in mezzo alle gru.
L'angelo del "Cielo sopra Berlino" se ne sta a mezz'aria sopra un incrocio a cinque corsie, in un posto perduto fuori dal centro.
I negozi chiudono presto, prestissimo, forse neanche aprono.
Kleinistanbul non è all'altezza di nessuna città Turca. Van o Diyarbakir, al limite. Che, appunto, di turco non hanno niente.

Invece Berlino Est sì. In quel posto c'è ancora un po' di anima.

Sotto la porta di Brandeburgo
(in realtà era “da parte”, ma suona male)
da qualche parte persa tra West presente e l’Est che fu,
pensavo al fu(turo) che mi attendeva a Giubiasco,
al lavoro che riparte lunedì, agli anni che fuggono in fretta.
















Mi sono detta che la lettura a voce alta
può essere forte intensa e per dirla come mi piace

umida.

Per questo, quando avrò messo il punto a questa frase,
rileggerò tutto a voce alta e resterò qui ad ascoltarmi.